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« (USA/Cina) Ancora una guerra fredda ?

Stralcio da Limes n. 6/2012 (USA contro Cina), dall’editoriale: ” Le reciproche percezioni della minaccia finiscono per incrociarsi nell’Asia-Pacifico. Qui si decide tutto: se Washington e Pechino sono condannate a scontrarsi, o invece possono convivere con le tensioni dell’inevitabile competizione e cooperare a riscrivere le regole di un molto futuribile ordine internazionale. Ma che cos’è l’Asia-Pacifico ? Le definizioni cinese e americana divergono, nella comune vaghezza. Nelle carte strategiche cinesi, si tratta grosso modo della macroregione disegnata dai 21 membri dell’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), dalla Siberia al Cile e dall’Alaska all’Indonesia e all’Oceania. Il Pentagono tende a farla coincidere con l’area di competenza del Comando militare del Pacifico, che include tutta l’Indocina, l’India e buona parte dell’Oceano Indiano (…). Lo spostamento verso ovest non è casuale. L’allargamento all’India e ai suoi mari costruisce il braccio occidentale del pivot to Asia (perno asiatico), che per Washington corrisponde al riposizionamento strategico dal Grande Medio Oriente al nuovo baricentro degli interessi americani, appunto l’Asia-Pacifico. Vista dalla Cina, l’estensione occidentale della regione serve a ingaggiare l’India nel contenimento dell’Impero Centrale, che parte dall’Oceano Indiano e dall’Himalaya per incardinarsi su Vietnam, Indonesia, Australia e Nuova Zelanda, poi ancora – risalendo ad avvolgere la Repubblica Popolare – Taiwan e Giappone, con la Corea del Sud più defilata (…). Insomma, l’Asia-Pacifico cinese è geoeconomica, quella americana geostrategica. Questa macroregione centrata sulla Cina e sui suoi vicini è dunque l’area di frizione nella quale, in assenza di intese e di reciproche garanzie, una piccola scintilla può innescare l’escalation del confronto sino-americano. Qui vigono i puri rapporti di forza, non le salvaguardie e le regole dell’integrazione regionale, mentre premono i nazionalismi, alimentati da opposte memorie storiche. Sicché non mancano potenziali fiammiferi, dalla Corea a Taiwan fino alle dispute territoriali nel Mar Cinese Orientale (Diaoyu-Senkaku contese fra Pechino e Tokyo) e Meridionale, dove le ambizioni cinesi marcate dalla nine-dotted line configurano agli occhi dei vicini, specie Vietnam, Indonesia e Filippine, una sorta di “dottrina Monroe” a rovescio, ossia uno spazio da negare all’influenza degli Stati Uniti e dei loro amici o alleati, esteso alla cosiddetta “seconda catena di isole”, dal Giappone alla Nuova Guinea. (…) Sul piano militare, il potenziamento della flotta, dell’aviazione e delle capacità missilistiche, satellitari e di cyberwarfarecinesi hanno fatto suonare l’allarme al Pentagono. Dove è stato varato il nuovo concetto operativo dell’Air-Sea Battle, antidoto al rischio che le crescenti capacità cinesi, pur modeste rispetto alla strapotenza delle Forze armate Usa, preludano al tentativo di interdire all’America l’accesso a un’area decisiva per i traffici commerciali e le linee di comunicazione aeronavali del Pacifico occidentale e degli stessi Stati Uniti. Nelle parole dell’ex ministro della Difesa Robert Gates, la modernizzazione dello strumento militare cinese è una sfida asimmetrica, volta a “minacciare la principale via di protezione della potenza dell’America” nel Pacifico, “in particolare le nostre basi aeree avanzate e i gruppi da battaglia delle portaerei”. Il pivot to Asia è allo stadio iniziale, con l’avvio dello spiegamento di 2.500 marines nella base australiana di Darwin. Insieme all’esercitazione Chimichanga – che nell’aprile scorso dimostrava come gli aerei invisibili a stelle e striscie possano martellare l’entroterra cinese a partire da Guam e da altre basi oceaniche – e soprattutto all’annuncio che entro il 2020 il 60% della flotta Usa pattuglierà il Pacifico rispetto all’attuale 40%, ce n’è a sufficienza per scatenare la sindrome d’accerchiamento cinese.
Il confronto sino-americano nell’Asia-Pacifico ha peraltro una robusta componente geoeconomica. Se sul piano militare, malgrado gli allarmi del Pentagono, la bilancia pende nettamente a favore degli Stati Uniti, nella competizione economica prevale la Cina. Così, mentre Obama non riesce a promuovere l’ambiziosa Trans-Pacific Partnership, area di libero scambio dell’Asia-Pacifico senza la Cina, Xi Jinping, appena insediato, può festeggiare l’annuncio che i paesi del Sud-Est asiatico riuniti nell’Asean si legano a Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda nella Regional Comprehensive Economic Partnership, escludendo gli Usa. Non solo, attorno allo yuan si sta profilando nell’Asia orientale un’area monetaria che insidia, in prospettiva, la supremazia del dollaro. D’altronde, tra 2002 e 2012 la Cina ha raddoppiato le importazioni dall’Asia (da cinque a dieci volte quelle degli Stati Uniti). E ha intrecciato nella regione una rete di commerci e investimenti diretti, persino con il Giappone, suo storico nemico oltre che massimo alleato degli Usa. In attesa di stabilire chi prevarrà nella competizione regionale, possiamo star certi che i paesi della regione sfrutteranno al massimo i due contendenti. Evitando di schierarsi pienamente per l’uno o per l’altro, e promettendosi ad entrambi a seconda dei dossier, trarranno capitali dalla Cina e protezione militare dagli Usa. Ma non è con le reciproche esazioni che si cementa una regione stabile. L’Asia-Pacifico resta a un tempo la più promettente e la più rischiosa area di crescita al mondo. (…) ”

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